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Anche in Israele c’è chi dice no: voci contro genocidio, propaganda e violenza dei coloni

Associazioni per i diritti umani, attivisti ed ex militari denunciano gli abusi a Gaza e in Cisgiordania. La loro influenza culturale a livello internazionale è significativa, ma il peso politico in patria rimane limitato

Israele non è solo i ricercati internazionali per crimini contro l’umanità ministro Ben Gvir e primo ministro Benjamin Netanyahu. Mentre la dirigenza politica e militare israeliana, incurante delle pronunce internazionali ma forte degli appoggi politici ed economici nel mondo, prosegue la sua politica di occupazione illegale, sostegno ai coloni e uccisione di uomini, donne e bambini palestinesi nei territori occupati, anche in israele c’è chi dice no. Ex militari reduci dai massacri e dalle violenze a Gaza, avvocati, attivisti per i diritti umani e pochi giornalisti denunciano le violenze commesse dai coloni contro la popolazione palestinese e le violazioni dei diritti umani e quanto scrivono aiuta a comprendere la dinamica complessa di un popolo che si sente sotto assedio e guerra permanente ed è guidato da governanti senza scrupoli che credono nel progetto di una “Grande Israele” su mandato divino, utile anche ad evitare i processi per corruzione al primo ministro. Quella degli attivisti per i diritti umani è ancora una realtà politicamente minoritaria, ma capace di documentare abusi che altrimenti rimarrebbero spesso invisibili all’opinione pubblica.
La più conosciuta è B’Tselem, centro israeliano che raccoglie testimonianze e dati sulle violazioni nei territori occupati (https://www.btselem.org/). Per B’Tselem, la violenza dei coloni non consiste soltanto in iniziative individuali, ma contribuisce a una politica di espulsione e appropriazione territoriale.
Un ruolo fondamentale sul piano giudiziario è svolto da Yesh Din, fondata nel 2005 da attivisti israeliani (https://www.yesh-din.org/en/). L’organizzazione assiste i palestinesi nelle denunce contro coloni e membri delle forze di sicurezza e controlla l’operato della polizia.
Secondo i fascicoli monitorati da Yesh Din, il 93,6% delle indagini sui reati ideologici commessi da israeliani contro palestinesi tra il 2005 e il 2025 non ha prodotto incriminazioni.
L’Association for Civil Rights in Israel interviene invece davanti ai tribunali contro discriminazioni, demolizioni e violazioni delle libertà fondamentali (https://www.english.acri.org.il/).
HaMoked fornisce assistenza legale ai palestinesi sottoposti a detenzione, restrizioni della circolazione, separazione familiare e altre misure militari (https://hamoked.org/).
Physicians for Human Rights Israel agisce sul diritto alla salute e sull’accesso alle cure per palestinesi, detenuti e comunità vulnerabili (https://www.phr.org.il/en/).
Il Public Committee Against Torture in Israel documenta maltrattamenti e torture attribuiti ai servizi di sicurezza e alle autorità carcerarie (https://stoptorture.org.il/en/).
Adalah, con sede ad Haifa e formato prevalentemente da cittadini palestinesi di Israele, difende i diritti della minoranza araba e dei palestinesi nei territori occupati (https://www.adalah.org/en).
Sul terreno dell’espansione coloniale, la principale organizzazione israeliana è Peace Now–Shalom Achshav (https://peacenow.org.il/en). Il suo osservatorio controlla nuovi insediamenti, avamposti illegali, confische di terre, infrastrutture e autorizzazioni edilizie. Peace Now ha calcolato che nel 2024 furono documentati almeno 1.420 episodi di violenza dei coloni e lo sfollamento di circa 1.762 palestinesi.
Ir Amim studia invece le politiche territoriali e demografiche applicate a Gerusalemme Est (https://www.ir-amim.org.il/en).
Bimkom, composta da urbanisti e architetti israeliani, contesta l’uso discriminatorio della pianificazione e delle demolizioni (https://bimkom.org/eng/).
Emek Shaveh denuncia l’impiego politico dell’archeologia per rafforzare il controllo israeliano sui territori palestinesi (https://emekshaveh.org/en/).
Kerem Navot ricostruisce attraverso mappe e documenti il trasferimento di terre e l’espansione degli avamposti agricoli dei coloni (https://www.keremnavot.org/).
Accanto alle organizzazioni legali operano gruppi israeliani che accompagnano fisicamente contadini e pastori palestinesi minacciati.
Rabbis for Human Rights riunisce rabbini israeliani che difendono i diritti palestinesi richiamandosi alla tradizione etica ebraica (https://www.rhr.org.il/eng). I suoi volontari partecipano alla raccolta delle olive e cercano di proteggere le comunità rurali dalle aggressioni e dalla perdita delle terre.
MachsomWatch è un movimento formato da donne israeliane che dal 2001 monitora checkpoint, tribunali militari e accessi ai villaggi(https://www.machsomwatch.org/).
Ta’ayush riunisce attivisti ebrei e arabi impegnati nell’azione non violenta e nella protezione delle comunità palestinesi (https://taayush.org/).
Combatants for Peace è invece formato da ex combattenti israeliani e palestinesi che hanno abbandonato la lotta armata (https://cfpeace.org/).
Standing Together cerca di costruire un movimento politico comune fra cittadini ebrei e palestinesi di Israele contro razzismo, occupazione e guerra (https://www.standing-together.org/en).
Tag Meir interviene dopo aggressioni razziste e attacchi del movimento dei coloni portando solidarietà alle vittime palestinesi (https://www.tag-meir.org.il/en/).
A queste realtà si aggiunge Looking the Occupation in the Eye, che organizza presenze civili e documenta direttamente le violenze in Cisgiordania (https://www.mistaclim.org/en).
Il settore più difficile da delegittimare per gli attuali governanti israeliani e i media a loro più vicini è però quello composto da ex soldati, ufficiali e dirigenti degli apparati di sicurezza.
Breaking the Silence raccoglie dal 2004 le testimonianze dei militari israeliani che hanno prestato servizio nei territori occupati (https://www.breakingthesilence.org.il/). L’organizzazione dichiara di avere raccolto oltre 1.400 testimonianze provenienti da quasi tutte le unità impiegate in Cisgiordania e a Gaza. La loro forza deriva dal fatto che gli abusi non vengono raccontati soltanto dalle vittime palestinesi, ma dagli stessi uomini che hanno applicato gli ordini.
La destra israeliana accusa Breaking the Silence di danneggiare l’immagine dell’esercito e contesta i suoi finanziamenti internazionali.
Un peso rilevante nel contrastare la propaganda governativa ha assunto Commanders for Israel’s Security, formato da centinaia di ex generali e dirigenti di IDF, Mossad, Shin Bet e polizia (https://en.cis.org.il/). Nel luglio 2026 circa seicento ex responsabili della sicurezza hanno avvertito che il “terrorismo ebraico” minaccia Israele, l’Autorità palestinese e la stabilità regionale. La loro voce assume una valenza e credibilità anche di fronte a chi si sente rappresentato da politiche di centro  perché presenta la violenza dei coloni come un problema di sicurezza nazionale, oltre che di diritti umani.
Secondo un sondaggio dell’Israel Democracy Institute dell’aprile 2026, il 45% degli israeliani considera infatti troppo indulgente il trattamento riservato da governo e magistratura verso i coloni violenti (https://en.idi.org.il/tags-en/1465).
Condannare le aggressioni non significa però necessariamente opporsi agli insediamenti o all’occupazione della Cisgiordania. Una parte consistente della società israeliana vuole ristabilire l’autorità dello Stato sui coloni, senza tuttavia mettere in discussione la colonizzazione dei territori palestinesi. Anche per questo le organizzazioni israeliane riescono a produrre prove, ricorsi e pressione internazionale, ma raramente ottengono arresti, condanne, sgomberi degli avamposti o un cambiamento politico duraturo.

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