Mentre in Occidente la de-dollarizzazione dei BRICS viene spesso raccontata come l’attesa di una nuova moneta comune, nei mercati emergenti sta accadendo qualcosa di meno spettacolare e più concreto: la costruzione di canali paralleli del debito. Il caso più recente è il Brasile. Il governo di Luiz Inácio Lula da Silva prepara la prima emissione sovrana di “Panda Bond”, titoli denominati in yuan e collocati sul mercato cinese. Secondo Reuters, Brasilia punta a raccogliere fino a 5 miliardi di yuan, circa 735 milioni di dollari: sarebbe la più grande emissione inaugurale in yuan mai realizzata da uno Stato estero in Cina. Il ministro delle Finanze Dario Durigan l’ha definita un test. Non solo per finanziare il Tesoro, ma per aprire una strada anche alle imprese brasiliane esposte alla Cina. Il messaggio è politico e finanziario: se esporti verso Pechino, puoi iniziare a indebitarti anche nella valuta di Pechino. Non è la fine del dollaro ma è una deviazione, un test per una progressiva applicazione su più ampia scala nell’epoca multipolare. Agencia Brasil collega l’operazione alla volontà di diversificare le fonti di finanziamento internazionale e attrarre capitali per innovazione e transizione ecologica. La New Development Bank dei BRICS si muove nella stessa direzione: Reuters ha scritto che prepara un bond in rupie indiane da 400-500 milioni di dollari equivalenti, dopo raccolte in yuan e rand. La de-dollarizzazione reale non nasce da uno slogan, ma da infrastrutture. Bond in yuan, prestiti in rupie, pagamenti locali, banche multilaterali che finanziano progetti nelle valute dei Paesi membri. Lo yuan è però frenato dai controlli sui capitali cinesi. E un dirigente della banca centrale brasiliana ha detto che i BRICS non hanno ancora una massa di asset sufficiente per sfidare il dollaro nel prossimo decennio.
Ma il segnale è chiaro: il dollaro non viene abbattuto. Viene lentamente aggirato.



