“Una farsa e una trovata pubblicitaria di greenwashing”. Il giudizio espresso da Racha Dhingra, portavoce della International Campaign for Justice in Bhopal in India è stato netto.
Un disastro epocale
Quarant’anni fa dagli stabilimenti di Union Carbide Corporation una fuga di isocianato di metile, sostanza chimica altamente tossica utilizzata per la produzione di pesticidi, costò la vita ad almeno 3.000 persone nell’immediatezza dell’incidente. Ad esse si aggiunsero negli anni successivi ulteriori 20.000 persone. Altre 500.000 inoltre furono colpite da lesioni gravissime e malformazioni.
A 40 anni dal disastro l’Alta Corte del Madhya Pradesh ha disposto per la prima volta l’obbligo di rimuovere una parte dei rifiuti tossici presenti nell’area, circa 337 tonnellate pari all’1% delle sostanze altamente tossiche presenti nell’impianto e nell’area circostante.
Un caso ante litteram di sfruttamento da parte delle multinazionali delle minori tutele di popolazione e lavoratori di quelli che venivano definiti “Paesi in via di sviluppo”.
Il dietro front di Dow Chemical
Union Carbide Corporation era un public company con sede negli Stati Uniti, partecipata da fondi di investimento e da diversi investitori e controllava con il 50,9% la società indiana Union Carbide India Limited che gestiva l’impianto di Bhopal.
Dopo la chiusura dell’accordo legale che aveva portato a un risarcimento considerato irrisorio per le vittime, la società Union Carbide è stata acquisita nel 2001 dal colosso statunitense Dow Chemical. Quest’ultimo ha rifiutato ogni responsabilità in merito al sito di Bhopal e verso le vittime di Union Carbide.
L’avvio della rimozione dei residui contaminati viene giudicata dagli attivisti assolutamente insufficiente e di facciata. Le quantità di inquinanti presenti nell’area penetrati nelle falde acquifere sarebbero infatti molto maggiori. Per di più, anche nel sito di bonifica, non sarebbero state approntate misure adeguate di protezione per i bacini idrici e la comunità.



