Potrebbe sembrare una banalità dire che un prodotto può essere chiamato biologico solo se lo è davvero. Sarà anche ovvio, ma non accade sempre così. In molti casi in etichetta o nelle pubblicità, la parola biologico viene usata a sproposito, solo per dare l’idea che il prodotto sia più sano o che non abbia un impatto negativo sull’ambiente. Ma spesso di biologico ha ben poco. Noi vogliamo, quindi, promuovere chi questo termine lo usa in modo corretto.
Semaforo verde
Per The Washing News si meritano un semaforo verde marchi storici del biologico come Alce Nero, Baule Volante, Naturasì, Achillea, solo per fare alcuni esempi, ma anche le linee bio della grande distribuzione, quelle proposte da Esselunga, Coop, Conad, Carrefour e molti altri. Il motivo è presto detto: riportano correttamente il termine biologico sulle etichette dei loro prodotti, insieme al logo europeo, concesso solo a chi ha ottenuto una certificazione da un organismo autorizzato.

Biologico: un mercato che vale oro
Quello del biologico è un mercato in grande espansione: nel 2024, le vendite alimentari di prodotti bio in Italia hanno superato i 6,5 miliardi di euro, con un incremento del 5,7% rispetto all’anno precedente. Sono i dati dell’Osservatorio Sana, presentati al Sana Food 2025, l’evento organizzato da FederBio, AssoBio e Nomisma che si è tenuto a Bologna a febbraio. Dati i numeri, si capisce bene quanto possa essere appetibile mettere la parola “biologico” in etichetta, anche se in realtà di bio non c’è molto.

Ma le regole per poter usare il termine biologico sono chiare, definite dall’Unione europea in un regolamento del 2018. A cui si aggiunge la direttiva sui green claim, che entrerà in vigore l’anno prossimo che non permette di usare il termine biologico, se non ci sono evidenze che il prodotto lo sia davvero. Ma vediamo in dettaglio cosa prevedono le regole europee.
L’Europa detta le regole per definirsi “bio”
L’agricoltura biologica risponde a delle regole ben precise, stabilite dall’Unione europea nel Regolamento 2018/848. Non utilizza prodotti chimici di sintesi, come fertilizzanti, diserbanti o insetticidi, per concimare il terreno, per combattere le piante infestanti, i parassiti e le malattie delle piante. Vieta l’uso di organismi geneticamente modificati (OGM). Usa tecniche di coltivazione naturali, come la rotazione delle colture, fertilizzanti naturali come il letame e altre sostanze organiche compostate, e, per difendere le colture, in caso di necessità, fa uso di sostanze naturali di origine vegetale o minerale.
…e per usare il logo ufficiale del biologico
Anche per l’uso del logo del biologico ci sono regole precise, stabilite a livello europeo. Può essere utilizzato solo sui prodotti che sono stati certificati come biologici da un organismo o un’agenzia di controllo autorizzato, che abbia verificato il rispetto di condizioni rigorose per la produzione, il trattamento, il trasporto e l’immagazzinamento.
Il logo può essere utilizzato solo sui prodotti che contengono almeno il 95% di ingredienti biologici e che rispettano condizioni rigorose per il restante 5%. Accanto al logo biologico dell’UE deve essere indicato un numero di codice dell’organismo di controllo e il luogo in cui sono state coltivate le materie prime agricole che compongono il prodotto.
Niente più “green”, “ecologico” o “sostenibile” su etichette e pubblicità
Direttiva green claim: quando “biologico” non è un termine generico
Anche la direttiva direttiva europea 2024/825/UE sui green claims parla di biologico, come uno dei tanti termini che alludono a un impatto positivo sull’ambiente e che possono essere usati nella comunicazione aziendale, dalle etichette agli spot pubblicitari, solo se “sia dimostrata l’eccellenza delle prestazioni ambientali del prodotto o servizio o dell’organizzazione oggetto del claim”. Nel caso del termine biologico, il prodotto deve essere certificato come bio. Quindi via libera al bio in etichetta solo con tanto di certificazione e logo ufficiale.



