Alcune delle maggiori banche statunitensi starebbero lavorando al lancio di stablecoin, le valute digitali “garantite” che sono da tempo al centro del dibattito. Lo ha suggerito a luglio la Reuters citando le dichiarazioni del CEO di Bank of America, Brian Moynihan, dei suoi omologhi di Citibank e JPMorgan (Jane Fraser e Jamie Dimon) e della direttrice finanziaria di Morgan Stanley, Sharon Yeshaya. Parole non troppo perentorie – “Stiamo esaminando il contesto, gli utilizzi attuali e quelli potenziali ma è ancora presto per fare previsioni”, ha detto ad esempio quest’ultima – ma sufficientemente significative per confermare la viva attenzione degli istituti di credito nei confronti di crypto-asset. Un interesse, quello della finanza tradizionale, che non sorprende di certo.
Gli USA stanno regolamentando le stablecoin
Già, perché con il sostegno dichiarato di Donald Trump, le stablecoin sono protagoniste negli ultimi tempi, di importanti iniziative regolamentari che non possono certo essere sottovalutate. Tra queste, innanzitutto, c’è il Genius Act che, dopo l’approvazione dello scorso 16 giugno da parte del Senato, ha ottenuto il definitivo via libera della Camera un mese più tardi.
Il testo, passato con due voti bipartisan (68-30 tra i senatori, 308-122 tra i deputati), ha formalmente definito le valute stabili come “un asset digitale progettato per essere, utilizzato come mezzo di pagamento o di regolamento laddove l’emittente sia obbligato a convertirlo, riscattarlo o riacquistarlo in cambio di un importo fisso di valore monetario nella rappresentazione (o nella ragionevole aspettativa) che l’asset mantenga un valore stabile rispetto all’importo stesso”. Ma cosa significa tutto questo? E che cosa implica a livello legale e finanziario? Vediamo di spiegarlo.
Obiettivo: superare la volatilità delle cripto
Il Genius Act definisce gli asset digitali come una “rappresentazione del valore registrata su un libro mastro distribuito e protetto da crittografia”, ovvero una tecnologia di condivisione di transazioni o informazioni verificate tra i partecipanti agli scambi. Ma questo, ovviamente, non basta da solo a definire le stablecoin che, nomen omen manco a dirlo, sono criptovalute particolari in quanto “agganciate” a un altro asset più o meno tangibile (e in genere lo è).
Le stablecoin, insomma, nascono come risposta al peccato originale delle criptovalute ovvero l’elevata volatilità.
A differenze di queste ultime, infatti, esse possono contare sulla garanzia di sottostanti “sicuri” quali sono, tra gli altri, il dollaro USA, i depositi e i titoli di Stato americani a breve scadenza o l’oro. Questi “collateral” – le garanzie, appunto – sono presenti in rapporto paritario in modo da garantire la convertibilità della valuta digitale “stable”. Da qui la necessità di regolamentarne la diffusione definendo, ad esempio, quali siano i soggetti autorizzati alla loro emissione. Ovvero, secondo il Genius Act, le banche, gli istituti di credito cooperativo (Credit Unions) e le società finanziarie.
Strumenti di pagamento più rapidi e meno costosi
La stabilità di queste valute è alla base del loro utilizzo come mezzo di pagamento. La loro principale potenzialità, in altre parole, non è data dai margini speculativi – che sono più ridotti, per definizione, rispetto a quelli offerti dagli asset più volatili – quanto dalla loro potenziale diffusione come strumento di transazione comunemente accettato. E sarebbe proprio questo aspetto, oggi, ad attirare l’attenzione delle banche chiamate, in questo caso, ad assumere una posizione di rilievo nel mercato.
Il che, ovviamente, significa anche anticipare la concorrenza degli altri emittenti, pronti, da parte loro, a offrire ai consumatori strumenti di pagamento – di beni e servizi – caratterizzati da costi più bassi rispetto ai tradizionali sistemi bancari (carte, online banking etc.).
Intervenendo prima del voto in Senato, il senatore repubblicano del Tennessee Bill Hagerty, uno dei principali sostenitori del Genius Act, ha affermato che le stablecoin potrebbero consentire alle imprese e ai consumatori di regolare i pagamenti “quasi istantaneamente” invece di impiegare settimane. Per quanto “stabili”, tuttavia, queste monete non possono dirsi immuni da rischi a cominciare da quelli associati alla solvibilità dei loro emittenti privati. Nel 2023, ha ricordato ad esempio S&P Global Ratings citata dalla CBS, il fallimento di tre di loro – Silicon Valley Bank, Signature Bank e Silvergate Bank – ha causato problemi di convertibilità a due diverse stablecoin: USDC e DAI.
Un mercato in forte crescita
Secondo i dati di Forbes, il 17 luglio di quest’anno si contavano oltre 17.600 diverse criptovalute con una capitalizzazione totale che sfiorava i 3,9 trilioni di dollari (3.900 miliardi). Le stablecoin in circolazione erano 35 per un controvalore di circa 240 miliardi. Protagoniste principali Tether, la cripto che replica fedelmente il valore del dollaro e che con 160 miliardi di capitalizzazione copre oltre metà del mercato, e USDC (63 miliardi), una “una stablecoin basata sul dollaro USA e completamente garantita” scambiata con il biglietto verde in un rapporto 1:0,999. Tra i collateral non manca l’euro anche se le valute agganciate alla moneta unica rappresentano tuttora una quota trascurabile del mercato con una capitalizzazione totale, misurata allo scorso 17 luglio sul portale CoinMarketCap, di poco più di mezzo miliardo.
I numeri, insomma, sono ancora piccoli. Ma le prospettive sono molto buone. Una delle stime meno ottimistiche, quella di JPMorgan, prevede comunque che la capitalizzazione complessiva delle stable possa di fatto raddoppiare entro il 2028 raggiungendo quota mezzo trilione di dollari.



