I dazi commerciali introdotti (anche se, al momento, parzialmente congelati per 90 giorni) dall’amministrazione Trump sono destinati a produrre inflazione sul mercato interno determinando un’importante perdita di potere d’acquisto da parte dei consumatori americani. Dovrebbero, inoltre, produrre un effetto recessivo sull’economia determinando così una contrazione della base imponibile complessiva e riducendo il surplus fiscale effettivo delle tasse sulle importazioni. Pur generando nuove entrate “doganali”, in altri termini, i dazi stessi finirebbero per avere un impatto netto marginale sul bilancio federale con benefici totali inferiori, forse, ai costi macroeconomici. Lo sostiene uno studio dell’Università di Yale pubblicato in queste settimane.
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I dazi più pesanti degli ultimi 116 anni
Annunciato lo scorso 2 aprile, il programma dei dazi predisposto dalla Casa Bianca – in probabile evoluzione – prevede una tariffa minima del 10% sulle importazioni da quasi tutti i Paesi del mondo cui si aggiungono nuove imposizioni più alte su una sessantina di Paesi e ulteriori dazi già introdotti in precedenza. L’analisi, realizzata dai ricercatori del Budget Lab di Yale in collaborazione con S&P Global e diffusa lo stesso giorno, presenta tutti i dati associati a due scenari. Ovvero:
“1) Gli effetti fiscali ed economici dei soli provvedimenti introdotti il 2 aprile, senza considerare gli altri interventi realizzati quest’anno o le successive ritorsioni internazionali, e 2) tutti i dazi statunitensi entrati in vigore nel 2025” (fino a oggi, ndr)
Quel che è certo è che la dimensione del provvedimento può già definirsi clamorosa sul piano storico. “L’intervento di inizio mese corrisponde da solo a un aumento dell’aliquota tariffaria effettiva degli Stati Uniti di 11,5 punti percentuali”, spiegano gli autori. “Il tasso tariffario effettivo medio considerando tutti i dazi del 2025, è ora del 22,5%, il più alto dal 1909”.
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L’impatto sull’economia
Il rischio di un effetto boomerang, si intuisce dallo studio, non manca. L’ultimo provvedimento preso determinerà da solo una contrazione della crescita del PIL reale (meno 0,5 punti percentuali nel 2025, meno 0,1 il prossimo anno) e un forte ridimensionamento delle esportazioni nel lungo periodo: -10%. L’effetto recessivo sul PIL reale statunitense, spiegano gli autori, si stabilizzerà da qui al 2035 a una perdita media dello 0,4% che, sulle dimensioni dell’economia USA, equivale a 100 miliardi di dollari (valore reale 2024) in meno all’anno.
Considerando tutti i dazi in vigore, ovviamente, la situazione peggiora: l’impatto sul PIL 2025 vale quasi un intero punto percentuale in meno (-0,9%), quello a lungo termine ammonta a sei decimi di punto: come dire una perdita annuale media di 180 miliardi di dollari reali all’anno per i prossimi dieci anni.
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Meno danni per la Cina, effetto espansivo in UK e UE
A livello globale, le ripercussioni non saranno uniformi. Alcuni Paesi beneficeranno indirettamente delle scelte protezioniste americane mentre altri – soprattutto quelli più integrati sul piano degli scambi – subiranno danni collaterali.
Prendendo in considerazione tutti i dazi del 2025 (2 aprile e altri già in vigore), ad esempio, si stima nel lungo periodo una perdita media sul pil pari a 2,1 punti percentuali per il vicino Canada.
Altri partner importanti, però, registreranno addirittura effetti positivi: è il caso del Regno Unito e della stessa Unione Europea che, nel lungo termine, registreranno addirittura una modesta crescita aggiuntiva pari rispettivamente allo 0,2 e allo 0,1%. La Cina subirà invece un impatto negativo pari allo 0,2% del PIL. Un danno, in termini relativi, inferiore quello patito dagli USA (il già citato -0,4% medio).
Più inflazione, meno potere d’acquisto
Quello dell’impatto recessivo sul PIL è un aspetto essenziale capace di mettere in discussione, almeno in parte, la principale argomentazione a sostegno dei dazi: quella relativa agli introiti fiscali. Allo stato attuale, le tariffe in vigore dovrebbero generare un incasso totale di 3,1 trilioni di dollari nello spazio di 10 anni. Ma l’effetto negativo sul PIL e il conseguente calo della base imponibile impongono di correggere la cifra sottraendo quasi 600 miliardi.
A conti fatti, insomma, ne resterebbero circa 2.500. Ma ogni guerra commerciale, si sa, genera inflazione. Rendendo tutti un po’ meno ricchi.
Nel lungo periodo, le tariffe USA attualmente in vigore e l’annunciata risposta dei Paesi colpiti, spiegano gli studiosi, implicano un rialzo medio dei prezzi del 2,3% ovvero “una perdita di potere d’acquisto di 3.800 dollari (dato 2024 al netto dell’inflazione)”.
I poveri pagano di più
Ma c’è di più: i dazi, infatti, colpiscono in modo sproporzionato le famiglie a basso reddito che, pur “pagando” meno in valore assoluto, subiscono il danno più elevato in rapporto alla loro disponibilità economica. Considerando tutte le tariffe (2 aprile e precedenti) il 10% più ricco degli americani subisce nel lungo periodo una perdita di potere d’acquisto di oltre 8mila dollari, pari all’1,6% del proprio reddito.
Contemporaneamente, per le persone del secondo decile (il 10% della popolazione più ricca del 10% più povero e più povera del restante 80%) la perdita su base decennale vale 1.700 dollari, ovvero il 4% del reddito. Con un danno, in termini relativi, 2,5 volte superiore a quello subito dal decile più ricco.



