Un esborso di 2 milioni di euro per contrastare lo sfruttamento dei lavoratori nelle catene di fornitura, oltre a una revisione delle dichiarazioni etiche e al rafforzamento della formazione e del controllo. Sono questi gli impegni assunti dalle società Christian Dior Couture S.A., Christian Dior Italia S.r.l. e Manufactures Dior S.r.l. per chiudere il contenzioso con l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM). L’accordo, siglato senza accertamento di illecito e reso noto nei giorni scorsi, prevede anche l’avvio di nuove procedure per selezionare e monitorare i fornitori e per svolgere maggiori verifiche interne.
Si chiude così, dunque, l’istruttoria avviata a luglio 2024 nei confronti delle tre società del Gruppo Dior – a sua volta controllato dal colosso del lusso francese LVMH – in base al Codice del consumo per “diffusione di dichiarazioni etiche e di responsabilità sociale potenzialmente non veritiere, in particolare per quanto riguarda le condizioni di lavoro e il rispetto della legalità presso alcuni fornitori di prodotti di pelletteria”.
Le società coinvolte erano accusate di aver utilizzato “forniture provenienti da laboratori che impiegano lavoratori che riceverebbero salari inadeguati”.
Tali laboratori, affermava l’Autorità, “opererebbero inoltre in orari di lavoro oltre i limiti di legge e in condizioni sanitarie e di sicurezza insufficienti, in contrasto con i vantati livelli di eccellenza della produzione”.
Il mondo della moda nel mirino della Procura
L’iniziativa dell’AGCM era stata avviata “anche a seguito dell’attività svolta dalla Procura e dal Tribunale di Milano” che, giugno del 2024, aveva disposto l’amministrazione giudiziaria della stessa azienda accusata di non aver adeguatamente vigilato sulle società appaltatrici e sulle “effettive condizioni dei lavoratori e degli ambienti di lavoro” delle medesime.
L’inchiesta era parte di un più ampio filone di indagini che la stessa Procura aveva avviato nei confronti di un’altra società del settore: la Giorgio Armani Operations, anch’essa commissariata. A gennaio dello stesso anno, inoltre, un altro provvedimento di amministrazione giudiziaria aveva colpito la Alviero Martini spa (un marchio dell’alta moda da 50 milioni di fatturato controllato dalla società Finai di Luisa Angelini) che, però, non risultava indagata non avendo organizzato il sistema di subappalti.
Nel caso della Manufactures Dior srl, l’inchiesta milanese, coordinata dal pm Paolo Storari, aveva preso di mira il subappalto della produzione a quattro fornitori cinesi che impiegavano 32 lavoratori, in parte sprovvisti dei necessari documenti, e utilizzavano macchinari privi di dispositivi di sicurezza. Nel mirino anche le condizioni igieniche e sanitarie del luogo di lavoro. Secondo i dettagli riferiti dallo stesso Tribunale e ripresi dalla stampa, ciascuna borsa prodotta sarebbe costata a Dior 56 euro. Il prezzo di vendita al dettaglio ammonta a 2.600 euro.
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L’intervento dell’AGCM
Secondo l’Autorità Garante, l’utilizzo da parte delle società dei gruppi Armani e Dior di forniture provenienti da laboratori che impiegano lavoratori vittime di salari inadeguati, orari di lavoro eccessivamente prolungati e condizioni sanitarie e di sicurezza insufficienti, si poneva “in contrasto con i vantati livelli di eccellenza della produzione”. In entrambi i casi, affermava l’AGCM, “le società potrebbero avere presentato dichiarazioni etiche e di responsabilità sociale non veritiere”.
Ma non è tutto. Le aziende controllate dai due gruppi, infatti, avrebbero anche “enfatizzato l’artigianalità e l’eccellenza delle lavorazioni”, aspetti ovviamente non compatibili con lo scenario emerso dalle indagini sulle società appaltatrici.
L’accordo raggiunto dal Garante con Dior arriva a tre mesi circa dal provvedimento di revoca dell’amministrazione giudiziaria assunto dal Tribunale milanese. Una decisione che segue le iniziative analoghe nei confronti di Armani (febbraio 2025) e Alviero Martini (ottobre 2024).
Impegni vincolanti per Dior
Secondo il testo dell’accordo, con il quale l’AGCM accoglie gli impegni presentati dalle società nel formulario redatto ai sensi di legge (articolo 27, comma 7, del Codice del Consumo e articolo 10 del Regolamento sulle Procedure Istruttorie), Manufactures Dior S.r.l., Dior SA e Dior Italia hanno ora alcuni mesi di tempo per adempiere agli obblighi dell’intesa e ottenere di conseguenza la chiusura del procedimento senza accertamento dell’infrazione.
Esse, nel dettaglio, dovranno:
- Apportare modifiche alla sezione del sito Dior sulla sostenibilità chiarendo, tra le altre cose, i criteri di selezione e controllo dei laboratori terzi e specificando i provvedimenti previsti in caso di violazioni etiche o legali.
- Rafforzare il sistema di audit.
- Dare un sostegno alle vittime di sfruttamento lavorativo – identificandole e accompagnandole in percorsi dedicati di protezione, formazione, assistenza e inclusione socio-lavorativa – con un finanziamento di 2 milioni di euro in 5 anni.
- Creare una funzione aziendale di compliance autonoma di monitoraggio che collabori con l’Organismo di Vigilanza e rediga un rapporto annuale per l’AGCM.
- Garantire la formazione interna ed esterna sulle normative vigenti ai dipendenti italiani di marketing, media e comunicazione e ai fornitori e sub-fornitori.
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L’inchiesta coinvolge ora anche il gruppo Valentino
L’inchiesta milanese, nel frattempo, prosegue interessando un altro grande nome del settore moda. Il 15 maggio, infatti, la Sezione misure di prevenzione del Tribunale di Milano ha disposto l’amministrazione giudiziaria per la Valentino Bags Lab srl, una società di produzione di borse e accessori da viaggio controllata dalla Valentino SpA. Nel mirino degli inquirenti, ricorda Il Sole 24 Ore, “un presunto omesso controllo sullo sfruttamento del lavoro, e dunque sul caporalato, in alcuni opifici cinesi nella catena dei sub-appalti della produzione”.
L’azienda, prosegue il quotidiano citando il contenuto del provvedimento, non avrebbe “messo in atto misure idonee alla verifica delle reali condizioni lavorative e delle capacità tecniche delle aziende appaltatrici, tanto da agevolare colposamente soggetti raggiunti da corposi elementi probatori in ordine al delitto di caporalato”.



