Eni, 17 centesimi di sconto alla pompa di benzina per un mese annunciati in pompa magna dal governo e miliardi di cassa in più. Solidarietà verso i cittadini dopo avere incassato milioni e milioni (anche quando il prezzo del petrolio era stabile) o assicurazione contro una eventuale tassa sugli extraprofitti che veniva da più parti reclamata?
Eni e il Governo italiano la chiamano “solidarietà”. Dopo aver fatto il pieno in estate di extraprofitti con rincari disomogeni sul territorio, ENI ha avviato quella che una qualsiasi società di marketing definirebbe “operazione geniale”. Dal 28 settembre ha fissato, per 30 giorni, il costo di benzina e gasolio rispettivamente a un massimo di 1,99 e 2,19 euro al litro: circa 17 centesimi sotto i prezzi medi registrati al momento dell’annuncio. Una buona notizia per chi fa il pieno. Ma la domanda è un’altra: quanto costa davvero questa solidarietà a una compagnia che dalla crisi energetica sta ottenendo risultati molto superiori alle attese?
A marzo, prima che il nuovo scenario mediorientale cambiasse il mercato, Eni costruiva il budget 2026 su un prezzo del petrolio (Brent) a 70 dollari e prevedeva 11,5 miliardi di euro di cash flow operativo. A luglio la stessa Eni ha portato la previsione a 15 miliardi, sulla base di Brent a 85 dollari, gas europeo a 50 euro/MWh e, soprattutto, margini di raffinazione saliti da 6 a 14 dollari al barile. Sono 3,5 miliardi di cassa in più rispetto al budget iniziale. Non si possono chiamare automaticamente “extraprofitti”: il cash flow non è l’utile imponibile. Ma il dato racconta con precisione chi, economicamente, sta beneficiando dell’aumento dei prezzi dell’energia. Eni lo dice ancora più chiaramente quando parla agli azionisti. Il buyback previsto a marzo era di 1,5 miliardi. È diventato prima 2,8 e poi 3,4 miliardi di euro. Più del doppio.
Se petrolio, gas o margini di raffinazione supereranno determinate soglie, la politica ufficiale del gruppo prevede di restituire agli azionisti il 100% del cash flow incrementale sotto forma di dividendo straordinario. Non è una nostra interpretazione: è scritto nero su bianco nella politica di remunerazione Eni. Al solo 11 settembre, Eni aveva già speso 1,565 miliardi di euro per acquistare quasi 69,4 milioni di proprie azioni. E proprio l’11 settembre Goldman Sachs ha alzato da 25 a 26 euro il target price di Eni, mantenendo la raccomandazione “Buy”. In quella seduta il titolo valeva circa 24,6 euro.
Il mercato, insomma, non sembra interpretare la crisi energetica come una cattiva notizia per Eni.
Il paradosso è evidente. Da una parte famiglie, imprese e autotrasportatori hanno affrontato carburanti sopra i due euro; dall’altra una società controllata per una quota rilevante dallo Stato rivede al rialzo la generazione di cassa, raddoppia il buyback e contempla dividendi straordinari e compie poi una efficace iniziativa politico-promozionale annunciando di avere fissato un tetto massimo temporaneo.
In questo contesto i 17 centesimi acquistano un significato diverso. Il price cap di Eni ha già disinnescato in italia il dibattito politico sull’opportunità di una nuova tassa sugli extraprofitti mentre il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti aveva già indicato e motivato la preferenza per una misura europea, senza escludere un intervento nazionale. Nel 2022 l’Unione europea introdusse un “contributo di solidarietà” per petrolio, gas, carbone e raffinazione: almeno il 33% della parte di utili imponibili superiore del 20% alla media dei quattro esercizi precedenti. Applicare oggi quella formula direttamente ai 3,5 miliardi di maggior cash flow Eni sarebbe metodologicamente sbagliato. Ma se una futura tassa intercettasse davvero gli utili eccezionali generati dalla crisi, l’ordine di grandezza potrebbe facilmente diventare quello delle centinaia di milioni di euro, fino potenzialmente a superare il miliardo a seconda della base imponibile e dell’andamento dell’ultimo trimestre.
È questo il confronto che conta: qualche centesimo lasciato agli automobilisti oggi, con una previsione Eni di costo della campagna di circa 100 milioni di euro per il primo mese di campagna, contro miliardi di maggiore generazione di cassa e remunerazione degli azionisti. Ferruccio de Bortoli sul Corriere della Sera ha definito l’operazione “Una campagna promozionale a ottimo mercato. Lo sconto appare come una delle più riuscite campagne promozionali. A basso costo. Forse con un guadagno sostanziale. Allontana il rischio di una tassazione degli extraprofitti”
Mentre il governo celebra questo annuncio e i gli automobilisti fanno la fila ai distributori Eni, gli investitori Eni sta raccontando una storia completamente diversa: più cassa, più buyback e, se lo scenario energetico resterà favorevole, anche un possibile dividendo straordinario.



