Il boom del gas naturale e in particolare dello “shale” o “gas di scisto”, ottenuto in primo luogo attraverso il fracking – la discussa tecnica estrattiva che implica la frantumazione idraulica della roccia, avrebbe contribuito a ridurre le emissioni di CO2 nel settore energetico degli Stati Uniti. È la tesi avanzata da un recente studio pubblicato sulla rivista Energy Economics che ha preso in esame i dati disponibili per il periodo compreso tra il 2007 e il 2019.
L’indagine, a cura di due ricercatori della Miami University di Oxford, Ohio, David Lindequist e Samuel Selent, evidenzierebbe insomma il ruolo del gas naturale come combustibile ponte per la transizione ecologica, una tesi di vecchia data che trova tuttora molti sostenitori e altrettanti critici. Un’ipotesi discutibile, insomma, che la stessa ricerca non sembra in realtà dimostrare in pieno. Ma andiamo con ordine.
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L’ipotesi: emissioni in calo del 7,5%
Secondo Lindequist e Selent, l’esplosione della produzione del gas di scisto negli Stati Uniti soprattutto nel secondo decennio del secolo avrebbe provocato una riduzione media annua delle emissioni pro capite del 7,5%. Un calo importante che gli autori attribuiscono alla combinazione di tre fattori: la sostituzione del carbone con il gas, la spinta alla transizione che tale sostituzione avrebbe prodotto facendo crescere la quota di rinnovabili nel mix energetico (il famoso effetto del “combustibile ponte”) e la riduzione del consumo energetico complessivo grazie alla maggiore efficienza delle centrali a gas rispetto a quelle a carbone.
In sintesi, scrivono i ricercatori, “Tra il 2007 e il 2019 gli Stati Uniti hanno registrato emissioni annuali medie di 20,33 tonnellate di CO2 equivalenti pro capite: senza il forte incremento dell’estrazione di shale sarebbero state 21,98”.
In altre parole, “Nel 2019 le emissioni pro capite di gas serra negli Stati Uniti sono diminuite di circa il 18% rispetto al 2006. Sulla base delle verifiche effettuate 9,7 punti percentuali di questo calo sono attribuibili alla forte espansione del fracking che, di conseguenza, avrebbe contribuito al 54% circa della riduzione totale registrata quell’anno”.
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La tesi del “combustibile ponte”
“Questo risultato è in linea con quello auspicato da molti osservatori” ha affermato Lindequist, ripreso dal portale specializzato Oilprice.com che, a sua volta, ha parlato della ricerca in termini entusiastici. “Acclamato come “combustibile ponte” ai tempi dell’amministrazione Obama, il gas viene ora regolarmente fustigato dagli ambientalisti più ortodossi secondo i quali non vi sarebbero altre scelte tra i pannelli solari e la rovina del Pianeta”.
Ora però, prosegue Oilprice, questo recente studio dell’ateneo dell’Ohio “ha appena sganciato una un’autentica bomba di verità piuttosto convincente: passare dal carbone al gas significa ridurre le emissioni di carbonio”. Un’affermazione, aggiunge, per la quale i suoi autori meriterebbero “un applauso e un brindisi per aver osato dire qualcosa di logico ad alta voce”. Ma è davvero così? Forse. O forse no. Perché le contro-argomentazioni in realtà non mancano. E ad ammetterlo, a ben vedere, è la stessa ricerca.
“Ci sono alcune perplessità sulla nostra analisi…”
“Ci sono alcune perplessità che possono mettere a rischio la validità della nostra analisi empirica”, spiegano infatti gli autori. In primo luogo, rilevano, è possibile che il boom dello shale USA abbia contribuito ad abbassare i prezzi dell’energia in tutto il mondo influenzando così “i consumi e le emissioni negli altri Paesi”. Un’eventualità che finirebbe per distorcere i dati del “gruppo di controllo delle altre nazioni OCSE”, ovvero dei termini di paragone, ovvero della stima stessa dei dati USA.
Inoltre, spiega la ricerca, “Un’altra ipotesi è che le riduzioni delle emissioni pro capite negli Stati Uniti dal 2007 al 2019 non siano dovute tanto alla diffusione del gas di scisto quanto, piuttosto, all’evoluzione delle politiche climatiche”.
Se così fosse, l’analisi contenuta nello studio “coglierebbe l’impatto indiretto del boom del gas sulle politiche ambientali e non una sua eventuale influenza diretta sulle emissioni attraverso i cambiamenti nel mix energetico. Questo aspetto potrebbe essere particolarmente rilevante considerando il peso delle iniziative climatiche più ambiziose avviate dall’amministrazione Obama nel 2008”. E non è tutto.
Inquinamento ed emissioni sottostimate?
Lo studio, infatti, non offre neanche “un’analisi esaustiva dei pro e dei contro ambientali del fracking come tecnologia di estrazione delle risorse“ evitando quindi di considerare fattori come ”le implicazioni sulla contaminazione delle falde acquifere e sulla qualità dell’acqua potabile o l’impatto sull’attività sismica”. Ma, soprattutto, potrebbe aver sottostimato, le perdite effettive di metano lungo l’intera catena produttiva.
“È stato dimostrato che le perdite di metano nella catena di approvvigionamento del gas naturale possono essere significativamente più elevate di quanto ufficialmente riportato nelle stime degli inventari dei gas serra”, spiega lo studio.
E ancora: “Se così fosse, gli effetti “ecologici” del boom del gas si ridurrebbero in modo significativo, poiché l’impatto dell’effetto di sostituzione stimato nel presente documento è notevolmente attenuato dalle emissioni di metano nel ciclo di vita del gas naturale stesso”. Alcune ricerche, ricorda lo studio, ipotizzano che tali emissioni possano superare le stime di 1,5-2 volte. “Questo livello di dispersione è quindi abbastanza grande da attenuare in modo significativo o addirittura invertire i nostri risultati relativi all’impatto ambientale del gas”, ammettono gli scienziati.

Considerare l’intero ciclo di vita del gas
Questi aspetti, peraltro, sono stati approfonditi in un altro studio recente pubblicato alla fine dello scorso anno sulla rivista Energy Science & Engineering. La ricerca, realizzata dal ricercatore della Cornell University, Robert Howarth, si concentra sugli effetti dell’aumento della produzione del gas sperimentato negli USA a partire dal 2005 sulla spinta, pressoché esclusiva, dello scisto. Tale espansione, una decina di anni dopo, ha trasformato l’America in un esportatore netto. Da allora, in altri termini, gli Stati Uniti vendono all’estero più gas naturale di quanto ne importino.
Tutto questo, però, ha determinato anche significativi costi ambientali. Che, spiega il ricercatore, si evidenziano osservando l’intero ciclo di vita della risorsa dall’estrazione alla combustione.
In questo spazio si collocano momenti spesso trascurati come la liquefazione, il trasporto via nave e le perdite di metano. “La produzione così come la liquefazione e il trasporto tramite navi cisterna, sono attività ad alta intensità energetica, che contribuiscono in modo significativo all’impronta ecologica del gas naturale liquefatto (LNG)” spiega la ricerca.”A queste operazioni, inoltre, sono associate anche notevoli emissioni di metano”.
Di conseguenza, considerando l’intera catena e su un orizzonte temporale abbastanza lungo, di oltre due decenni, “la CO2 derivante dalla combustione di LNG nel suo utilizzo finale contribuisce solo al 34% dell’impronta totale del gas stesso”.

Il gas liquefatto può avere un impatto superiore a quello del carbone
Se Lindequist e Selent si concentrano sul presunto calo delle emissioni legato all’“effetto transizione”, insomma, Howarth, per contro, sottolinea come l’impatto del gas cresca con la distanza del trasporto e l’uso finale (soprattutto nel caso del riscaldamento urbano, dove le perdite aumentano sensibilmente). Lo shale americano, sottolinea lo studio citando dati recenti basati su un milione di misurazioni indipendenti, ha un tasso di perdita di metano del 2,8% lungo la filiera. A ciò, inoltre, si sommano le dispersioni durante le altre fasi fino la distribuzione finale.
Il risultato è che il metano finisce quindi per essere responsabile di quasi metà delle emissioni associate all’LNG.
In totale, osserva quindi la ricerca, “l’impronta di gas serra del gas naturale liquefatto come fonte di combustibile supera del 33% quella del carbone se analizzata nell’intero ciclo di vita a vent’anni: 160 g di CO2 per megajoule contro 120. Anche considerando un arco temporale di 100 anni dopo l’emissione (GWP100), che sottostima fortemente i danni climatici del metano, l’impronta dell’LNG resta uguale o superiore a quella del carbone”.



