Molti prodotti agricoli in vendita in Europa provengono da territori occupati illegalmente in Palestina e vengono etichettati falsamente per la vendita in Europa come “prodotti in Israele” per aggirare divieti e sanzioni.
Un’inchiesta del Global Echo Litigation Center pubblicata a giugno 2026 accusa esportatori israeliani, certificatori e autorità europee di permettere l’ingresso nel mercato UE di prodotti agricoli provenienti dai territori occupati spacciandoli per israeliani. La differenza non è banale. In un caso (Israele) si tratta di un territorio legittimo, nell’altro (territori occupati) di un territorio preso con la forza e con il terrore agli abitanti storici di origine arabo palestinese e protetto manu militari insediandovi colonie di occupazione contro ogni legge internazionale.
L’analisi di oltre 30.000 documenti di esportazione relativi a 6.800 spedizioni tra ottobre 2017 e febbraio 2026 rivela un sistema strutturato di occultamento: il 17,2% delle spedizioni verso l’Europa e il 19,2% verso l’UE contiene merci dagli insediamenti, percentuali che demoliscono la stima ufficiale israeliana del 2,23%. I metodi identificati includono la registrazione fittizia in territorio israeliano, l’uso di indirizzi fantasma e la mescolanza deliberata con prodotti legittimi negli impianti di confezionamento. Su 2.040 certificati analizzati, 340 contenevano prove di origine irregolare per un valore di 13,09 milioni di euro, mentre 20 certificati si basavano su indirizzi sostitutivi. Global Echo contesta anche la validità di certificati fitosanitari e biologici per prodotti da territori non riconosciuti dall’UE. Operatori come Achdut, Hadiklaim e Mehadrin figurano tra i maggiori responsabili. La conclusione è netta: la politica europea di differenziazione non impedisce l’ingresso di merci dagli insediamenti nel mercato europeo, rivelando un vuoto normativo che favorisce l’economia coloniale.
Fonti: Global Echo Litigation Center, Importing Occupation (giugno 2026); Agence Europe, TRT World, El Diario (giugno 2026)



