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Oro sporco in Amazzonia: il Perù nella nuova febbre mineraria globale

Reuters ha riportato che circa il 40% dell’oro esportato dal Perù nel 2024 sarebbe illegale. Altre analisi arrivano a percentuali più alte. L’Istituto peruviano di economia ha indicato per il 2025 esportazioni illegali potenziali fino a 12 miliardi di dollari.

Nel 2026 la minería illegale dell’oro in Perù non è più solo una ferita ambientale nella foresta amazzonica. È una filiera economica e criminale transnazionale, capace di muovere miliardi di dollari, condizionare la politica interna e alimentare mercati lontani, dall’India alla Svizzera, da Hong Kong agli Emirati Arabi Uniti.

L’epicentro resta Madre de Dios, regione simbolo della devastazione prodotta da draghe, escavatori, mercurio e piste clandestine. Ma il fenomeno si è allargato. Secondo MAAP/Conservación Amazónica, la deforestazione legata all’oro nell’Amazzonia peruviana ha superato i 139 mila ettari, con attività documentate in nove regioni. Loreto, Ucayali, Huánuco, Pasco, Amazonas e Cajamarca non sono più margini secondari: fiumi e affluenti sono diventati corridoi minerari. Nel Nanay, bacino essenziale per l’acqua di Iquitos, sono state individuate centinaia di draghe.

Il motore è il prezzo internazionale dell’oro. Più il metallo sale, più conviene scavare in aree remote, territori indigeni e zone protette. Il ciclo è noto: si disbosca, si scava, si lava il sedimento, si usa mercurio per separare l’oro. Poi il mercurio finisce nei fiumi, si trasforma in metilmercurio, entra nei pesci e arriva nelle comunità che vivono di pesca. Un sequestro nel porto di Callao, nel 2025, ha mostrato la scala del problema: quattro tonnellate di mercurio nascoste in sacchi dichiarati come pietrisco.

Il nodo politico è il REINFO, il registro creato per formalizzare i piccoli minatori. Doveva essere temporaneo. È diventato, secondo i critici, una zona grigia permanente. Reuters stima circa mezzo milione di minatori informali e una produzione capace di valere, nel 2025, circa 11 miliardi di dollari di export. I sostenitori parlano di sopravvivenza rurale. Ambientalisti e magistrati denunciano invece uno scudo amministrativo per reti illegali.

Le stime divergono, perché l’oro è facile da fondere, mescolare e ripulire. Reuters ha riportato che circa il 40% dell’oro esportato dal Perù nel 2024 sarebbe illegale. Altre analisi arrivano a percentuali più alte. L’Istituto peruviano di economia ha indicato per il 2025 esportazioni illegali potenziali fino a 12 miliardi di dollari. Il dato esatto resta incerto; la dimensione no.

La filiera non finisce nella foresta. Comincia lì. Poi passano commercianti locali, cooperative, trasportatori, società esportatrici, documenti doganali, intermediari finanziari, raffinerie e mercati globali. L’oro peruviano prende la strada dell’India, del Canada, della Svizzera, dell’Australia e di Hong Kong. L’Asia assorbe domanda industriale, finanziaria e di gioielleria. La Svizzera resta un hub sensibile. Gli Emirati Arabi Uniti sono emersi come snodo alternativo. La Cina compare in inchieste su materiali minerari esportati con certificazioni sospette.

Il minatore illegale è l’anello visibile, non il beneficiario principale. Il valore vero nasce quando l’oro entra nella catena formale e diventa indistinguibile. È una merce perfetta per il riciclaggio: concentrata, liquida, globale, trasformabile. Per questo la minería illegale attrae reti criminali che controllano droga, estorsioni, carburante e corruzione locale.

Per il Perù la sfida è doppia. Reprimere significa colpire economie locali da cui dipendono migliaia di famiglie. Formalizzare senza controlli significa legalizzare la distruzione. Intanto la foresta arretra, i fiumi si avvelenano e il mercato globale continua a comprare. L’oro che arriva in banca, in gioielleria o nei lingotti porta raramente con sé la storia del fiume da cui è stato strappato.

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