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La “rinascita” del nucleare sarà pagata ancora dai governi

L’interesse delle banche e i progetti delle Big Tech non cambiano la sostanza. Per il nucleare, il capitale privato continuerà ad avere un ruolo marginale. E ad assumersi i rischi sarà ancora il settore pubblico
Microsoft investirà 1,6 miliardi di dollari per il ripristino della centrale nucleare di Three Mile Island protagonista, nel 1979, di un grave incidente. Anche se alcune iniziative private, soprattutto negli Stati Uniti, stanno emergendo con decisione, ha sottolineato l’Agenzia internazionale dell’energia, a finanziare i nuovi progetti nell’atomo sono soprattutto i governi attraverso le compagnie controllate. Foto: Constellation Energy Attribution-ShareAlike 4.0 International CC BY-SA 4.0 Deed
Microsoft investirà 1,6 miliardi di dollari per il ripristino della centrale nucleare di Three Mile Island protagonista, nel 1979, di un grave incidente. Anche se alcune iniziative private, soprattutto negli Stati Uniti, stanno emergendo con decisione, ha sottolineato l’Agenzia internazionale dell’energia, a finanziare i nuovi progetti nell’atomo sono soprattutto i governi attraverso le compagnie controllate. Foto: Constellation Energy Attribution-ShareAlike 4.0 International CC BY-SA 4.0 Deed

Il nucleare sta tornando di moda. Almeno a giudicare dalla crescita degli investimenti, da alcune ottime performance di borsa e, più in generale, da un certo qual diffuso ritorno di fiamma che attraversa il dibattito pubblico evocando un futuro fatto di nuove centrali e notevoli flussi di denaro. Grandi progetti e grandi ambizioni, dunque, il tutto rigorosamente servito in salsa verde, nel senso della decarbonizzazione, s’intende, per tacere delle scorie e del proverbiale “tutto il resto”. Nel tourbillon delle parole, nel frattempo, resta però fermo un interrogativo: chi paga? Ma andiamo con ordine.

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Gli investimenti nel nucleare: +50% in tre anni

“La produzione della flotta mondiale composta da quasi 420 reattori è destinata a raggiungere nuovi picchi nel 2025”, ha osservato lo scorso mese di gennaio la IEA, l’Agenzia Internazionale dell’Energia, in una relazione pubblica. “Attualmente sono in costruzione 63 reattori, che rappresentano oltre 70 gigawatt (GW) di capacità, uno dei livelli più alti registrati dal 1990. Negli ultimi cinque anni, inoltre, sono state prese decisioni per estendere la durata di vita operativa di oltre 60 esemplari in tutto il mondo, pari a quasi il 15% della flotta totale”.

Dati alla mano, prosegue il rapporto, “A partire dal 2020, gli investimenti annuali nel nucleare sono aumentati di quasi il 50% in tre anni, superando i 60 miliardi di dollari”.

A trascinare la corsa è ovviamente Pechino. A oggi, infatti, la Cina ospita metà degli impianti attualmente in costruzione nel mondo tanto che il Paese pare destinato “a superare gli Stati Uniti e l’Unione Europea per capacità installata entro il 2030”.

La Cina sta trainando gli investimenti globali in nuova capacità energetica nel comparto nucleare. Fonte: International Energy Agency, "The Path to a New Era for Nuclear Energy", gennaio 2025, Creative Commons Attribution 4.0 International Licence
La Cina sta trainando gli investimenti globali in nuova capacità energetica nel comparto nucleare. Fonte: International Energy Agency, “The Path to a New Era for Nuclear Energy“, gennaio 2025, Creative Commons Attribution 4.0 International Licence
Banche in campo

La corsa al nucleare, però, interessa anche il resto del mondo. Ad accorgersene, tra le altre, sono state le banche che, ovviamente, hanno provato a giocare d’anticipo. A settembre dello scorso anno, durante un incontro con l’allora climate policy adviser della Casa Bianca, John Podesta, quattordici delle principali istituzioni finanziarie globali, tra cui Bank of America, Barclays, BNP Paribas, Citi, Morgan Stanley e Goldman Sachs, hanno promesso di aumentare sostegno per l’energia nucleare.

“Le banche potrebbero sostenere i nuovi impianti facendo crescere i prestiti diretti e il project finance alle società del settore nucleare, gestendo la vendita di obbligazioni o avvicinando le società a fondi di private equity o creditizi”, ha scritto il Financial Times.

Tra i fattori chiave che starebbero alimentando l’attenzione della finanza verso il comparto, ha ricordato il quotidiano britannico, la crescente domanda di energia alternativa alle fonti fossili ma anche l’interesse delle grandi aziende tecnologiche. Che, sull’argomento, sembrano avere le idee piuttosto chiare.

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La febbre nucleare del Tech

Dietro al crescente interesse delle Big Tech, ha spiegato a ottobre Forbes, ci sono soprattutto le prospettive di sviluppo di un altro settore: quello dell’intelligenza artificiale. Un comparto che si nutre di informazioni prodotte dai grandi data center che, a loro volta, consumano una mole crescente di energia. Secondo le stime dell’Electric Power Research Institute EPRI di Washington, entro la fine del decennio i grandi centri di elaborazione dati situati negli Stati Uniti potrebbero essere responsabili, da soli, di quasi un decimo dei consumi elettrici.

Sarebbe questo, insomma, il motivo che avrebbe spinto Amazon a firmare accordi per il sostegno alla costruzione di diversi nuovi piccoli reattori modulari (SMR) nel Pacifico nord-occidentale gestiti da Energy Northwest.

Vale a dire la stessa ragione che avrebbe indotto Google a siglare una partnership con Kairos Power per mettere in funzione 500 megawatt di SMR entro il 2035 e che avrebbe convinto Microsoft a investire 1,6 miliardi di dollari per il ripristino della centrale nucleare di Three Mile Island entro il 2028. Ovvero a 9 anni dalla sua chiusura e quasi mezzo secolo di distanza dallo storico incidente che ne mise per sempre fuori gioco un reattore. L’impianto sarà ribattezzato Crane Clean Energy Center.

Buona parte degli investimenti nel nucleare è realizzata dai governi e dalle loro aziende controllate. Fonte: International Energy Agency, "The Path to a New Era for Nuclear Energy", gennaio 2025, Creative Commons Attribution 4.0 International Licence https://iea.blob.core.windows.net/assets/b6a6fc8c-c62e-411d-a15c-bf211ccc06f3/ThePathtoaNewEraforNuclearEnergy.pdf
Buona parte degli investimenti nel nucleare è realizzata dai governi e dalle loro aziende controllate. Fonte: International Energy Agency, “The Path to a New Era for Nuclear Energy“, gennaio 2025, Creative Commons Attribution 4.0 International Licence
Ma pagare è sempre il pubblico

I numeri sembrano significativi ma il loro peso reale è tutto da decifrare. E allora, per tornare alla domanda iniziale, viene da chiedersi in definitiva: chi sosterrà in larga parte la rinnovata corsa all’atomo? La risposta, ovviamente, è sempre la stessa: il settore pubblico. Anche se alcune iniziative private, soprattutto negli Stati Uniti, stanno emergendo con decisione, rileva infatti l’Agenzia, al momento “a finanziare gli investimenti nel settore dell’energia nucleare sono soprattutto gli Stati attraverso le aziende pubbliche”.

Con i governi, prosegue la IEA, chiamati tuttora a giocare “un ruolo importante nel rendere possibili i progetti attraverso quadri normativi e strutture tariffarie di supporto”.

A ostacolare gli investitori privati sono alcune caratteristiche tipiche dei progetti stessi, come “la loro dimensione, l’intensità di capitale, i lunghi tempi di costruzione e la complessità tecnica”, oltre ai ”costi eccessivi e i ritardi che hanno tormentato alcuni recenti progetti”.

Tra il 2021 e il 2024 i finanziamenti al nucleare realizzati attraverso le emissioni obbligazionarie hanno raggiunto i 6,8 miliardi di dollari. <yoastmark class=

Il successo dei bond dipende dal sostegno pubblico

Emblematico l’esempio del mercato obbligazionario: negli ultimi 4 anni le emissioni di green bond per il comparto – realizzate principalmente da compagnie statali, a cominciare dalla francese EDF – ammontano a poco meno di 7 miliardi di dollari. Il capitale raccolto dagli emittenti, inoltre, finanzia esclusivamente interventi sugli impianti esistenti.

In sintesi, osserva ancora l’Agenzia, “I meccanismi di finanziamento orientati al mercato non possono funzionare da soli né possono sostituire del tutto un decisivo sostegno dello Stato”. Il successo di questi strumenti di finanziari nel lungo periodo “dipende dalla presenza di solidi partenariati pubblico-privato”. Garantiti dai contribuenti, ovviamente.

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