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Così i social contribuiscono alla diffusione della violenza contro gli attivisti

Secondo l’ultimo rapporto di Global Witness, oltre il 90% degli attivisti per l’ambiente subisce attacchi online che, in alcuni casi, precedono la violenza subita nella vita reale. Sotto accusa il modello di business delle grandi piattaforme che non contrastano adeguatamente i discorsi d’odio 
Gli attacchi online precedono la violenza subita dagli attivisti nel mondo reale. Secondo Global Witness, l’impegno delle piattaforme per il contrasto ai discorsi d’odio è oggi insufficiente, soprattutto in Asia e in Africa. Foto: decoalonize.org Attribution-NonCommercial-ShareAlike 2.0 Generic CC BY-NC-SA 2.0 Deed
Gli attacchi online precedono la violenza subita dagli attivisti nel mondo reale. Secondo Global Witness, l’impegno delle piattaforme per il contrasto ai discorsi d’odio è oggi insufficiente, soprattutto in Asia e in Africa. Foto: decoalonize.org Attribution-NonCommercial-ShareAlike 2.0 Generic CC BY-NC-SA 2.0 Deed

Le grandi piattaforme tecnologiche come Meta (Facebook), X (ex Twitter), TikTok e YouTube contribuirebbero, loro malgrado, alla diffusione di odio, disinformazione e violenza contro gli attivisti per l’ambiente e i diritti umani in tutto il mondo. Un effetto legato allo stesso modello di business di queste applicazioni che “dà priorità ai profitti rispetto alla sicurezza degli utenti”. È l’accusa avanzata dalla ONG Global Witness nel suo ultimo rapporto.

“Abbiamo condotto un sondaggio globale – il primo del suo genere – per comprendere le esperienze online degli attivisti”, spiega l’organizzazione. “Abbiamo scoperto che gli abusi online sono molto comuni tra coloro che hanno risposto al sondaggio, e spesso si traducono in danni subiti nel mondo reale che includono molestie, violenze e arresti”.

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Facebook, abbiamo un problema

A conti fatti, spiega il rapporto, “il 92% dei difensori della terra e dell’ambiente che hanno risposto al sondaggio afferma di aver subito qualche forma di abuso o molestia online a causa del proprio lavoro”. Tale fenomeno si concretizza in esiti variabili “dagli attacchi pubblici sui social media, al doxxing (l’atto di rivelare pubblicamente informazioni private o identificabili di una persona), fino agli attacchi informatici tra cui phishing, malware (software dannosi come virus o spyware), hacking e violazioni dei dati”.

In questo contesto Meta rappresenta l’epicentro del problema controllando tre delle quattro piattaforme più citate dagli intervistati come terreno di scontro: Facebook (nominata dal 62% dei rispondenti), WhatsApp (36%) e Instagram.

La popolarità del più celebre social network del Pianeta (oltre 3 miliardi di utenti attivi al mese) pesa certamente sul dato. Ma è fatto che circa quattro intervistati su cinque (82%) abbiano dichiarato di aver subito attacchi in almeno una delle piattaforme gestite da Meta. Quest’ultima, spiega dunque il rapporto, “ha quindi una enorme responsabilità nel trovare soluzioni per contrastare gli abusi online subiti dai difensori”.

Meta controlla tre delle quattro piattaforme più citate dagli intervistati come terreno di scontro online. Immagine: Global Witness, “Toxic platforms, broken planet How online abuse of land and environmental defenders harms climate action” https://globalwitness.org/en/campaigns/digital-threats/toxic-platforms-broken-planet/#resource-library, luglio 2025
Meta controlla tre delle quattro piattaforme più citate dagli intervistati come terreno di scontro online. Immagine: Global Witness: “Toxic platforms, broken planet How online abuse of land and environmental defenders harms climate action”, luglio 2025
L’attacco online precede quello nel mondo reale

Il vero problema è che gli abusi online sono solo l’anticamera della violenza subita nel mondo reale che include aggressioni contro amici e familiari. L’ipotesi, in questo senso, è che gli aggressori usino lo spazio online per cercare di umiliare pubblicamente gli attivisti e minarne la credibilità, prima di passare agli attacchi fisici.

Il 75% dei partecipanti al sondaggio che affermano di aver subito attacchi offline a causa del loro impegno nella difesa della casa, dell’ambiente e/o del clima, ritiene anche che le molestie online abbiano contribuito “direttamente” o “in parte” alle azioni subite nella vita reale. In Africa, America Latina e Asia la percentuale sale all’84%.

Gli attacchi online sono solo l’anticamera della violenza subita nel mondo reale che include minacce e aggressioni fisiche. Immagine: Global Witness, “Toxic platforms, broken planet How online abuse of land and environmental defenders harms climate action” https://globalwitness.org/en/campaigns/digital-threats/toxic-platforms-broken-planet/#resource-library, luglio 2025
Gli attacchi online sono solo l’anticamera della violenza subita nel mondo reale che include minacce e aggressioni fisiche. Immagine: Global Witness, “Toxic platforms, broken planet How online abuse of land and environmental defenders harms climate action”, luglio 2025
Le piattaforme non difendono

Ma in tutto questo come reagiscono Facebook e soci? In modo poco convincente, rispondono gli autori: “Il nostro sondaggio ha rilevato che solo il 12% di coloro che hanno segnalato abusi e molestie alle piattaforme è soddisfatto della risposta ricevuta”, afferma il rapporto. Inoltre, sembra che le piattaforme digitali possano dare priorità alla protezione dei difensori in alcune regioni rispetto ad altre”.

Secondo il sondaggio, infatti, il tasso di risposta delle piattaforme alle segnalazioni dei danni subiti dagli attivisti raggiunge il 72% in Europa ma solo il 50% in Africa.

I numeri del campione sono molto piccoli, nell’ordine cioè di poche decine. Ma il dato evoca comunque i riscontri precedenti emersi da altre indagini dell’organizzazione che aveva rilevata una minore efficacia delle attività di moderazione contro i discorsi d’odio in alcuni Paesi in Africa e Asia rispetto a quanto rilevato in Occidente.

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Sotto accusa il modello di business dei social media

Secondo gli attivisti, a favorire gli attacchi online sarebbe proprio la struttura stessa delle piattaforme progettata per stimolare la presenza online e la monetizzazione. “Le aziende dei social media usano algoritmi che possono rafforzare i pregiudizi e confermare le convinzioni degli utenti per coinvolgerli e massimizzare il tempo trascorso sulla piattaforma”, spiega il rapporto.

“Ciò può creare un effetto eco, approfondire le divisioni e alimentare l’estremismo. Ma anche portare alla diffusione della disinformazione, a un’ostilità crescente verso i gruppi emarginati e persino all’incitamento alla violenza”.

Inoltre, “alcune piattaforme digitali permettono agli utenti di guadagnare denaro dai contenuti attraverso pubblicità, sponsorizzazioni e donazioni. Questo sistema può essere sfruttato per finanziare e incentivare gli attacchi contro gli attivisti, come accade ad esempio quando influencer e inserzionisti traggono profitto dalla diffusione di odio o disinformazione. Tutto questo, inoltre, potrebbe anche disincentivare le piattaforme a rimuovere i contenuti dannosi se questi generano entrate”.

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Le piattaforme non possono più nascondersi

In questo contesto l’incitamento all’odio può proliferare attraverso fenomeni come il Red‑tagging – l’attitudine a etichettare come “criminali”, “terroristi” o “estremisti politici” gli attivisti – e la misoginia che, in alcuni casi, si traduce in “danni nel mondo reale, come molestie sessuali, minacce di violenza sessuale e aggressioni”. Aspetti che contribuiscono a esacerbare un problema – quello della sicurezza delle persone più impegnate – già al centro di altre accuse da parte di ONG e ricercatori.

Da qui le richieste di Global Witness: qualsiasi azienda di social media che affermi di avere a cuore il clima, spiega il rapporto, deve agire immediatamente per proteggere coloro che sono più a rischio, inclusi i difensori dell’ambiente garantendo una moderazione dei contenuti responsabile.

I questo senso, rileva l’organizzazione, gli sforzi di X e Meta sono stati nel tempo imperfetti e mutevoli. Di recente, poi, dopo l’elezione di Donald Trump, gli standard sarebbero ulteriormente peggiorati a causa di un approccio che privilegia sempre di più il principio della “libertà di parola” a scapito della sicurezza degli utenti. Investendo adeguatamente nei propri sistemi di moderazione dei contenuti, per contro, le piattaforme digitali potrebbero contribuire oggi a ridurre l’amplificazione e la diffusione della disinformazione su questioni critiche come il cambiamento climatico, oltre a limitare la circolazione di contenuti carichi d’odio.

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