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Dalla privatizzazione monetaria al panico da sportello: tutti i dubbi sulle stablecoin

Le stablecoin promettono di offrire quella stabilità che è storicamente mancata alle criptovalute tradizionali. Ma sinora, in alcuni casi, non hanno offerto reale trasparenza su aspetti come la struttura societaria e proprietaria dell'emittente e la reale entità delle riserve. E non mancano gli allarmi sui rischi per la stabilità finanziaria internazionale
Le stablecoin promettono quella la stabilità storicamente mancata alle criptovalute . Ma, in alcuni casi, non hanno offerto reale trasparenza. Foto: kalhh (pixabay.com) Public Domain
Le stablecoin promettono quella la stabilità storicamente mancata alle criptovalute . Ma, in alcuni casi, non hanno offerto reale trasparenza. Foto: kalhh (pixabay.com) Public Domain

Con la recente emanazione del cosiddetto Genius Act, la prima legge federale che regola l’emissione di stablecoin, le criptovalute il cui valore è ancorato a quello del dollaro e di altri asset relativamente solidi, gli Stati Uniti hanno fatto un ulteriore passo avanti nella privatizzazione della moneta. Un passaggio fortemente voluto dal settore delle criptovalute che, non a caso, è diventato il primo contribuente delle più recenti campagne elettorali statunitensi.

Pur costituendo ancora una quota minoritaria del mercato cripto, le stablecoin sembrano destinate a sperimentare una forte crescita della capitalizzazione – che ammonta oggi a 260 miliardi di dollari – raggiungendo i 500 miliardi entro il 2028 secondo JPMorgan o addirittura i 3.700 entro il 2030 nella stima di Citigroup. A oggi, dicono i numeri, leader del mercato resta Usdt, emesso dalla società Tether in mano agli italiani Giancarlo Devasini e Paolo Ardoino. Tra le stablecoin in crescita anche Usdc, emesso dalla società americana Circle che di recente si è quotata a Wall Street.

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Obiettivo: regolare (e privatizzare) il mercato

La legge appena approvata negli USA stabilisce che le stablecoin potranno essere emesse solo dai soggetti autorizzati in tal senso dai regolatori federali, previa verifica di requisiti patrimoniali come la segregazione dei fondi di riserva, certificazioni mensili e standard minimi di capitale. Vengono poi introdotti alcuni obblighi antiriciclaggio con supervisione diretta da parte della Federal Reserve, dell’Ufficio del Revisore dei conti della valuta (Occ) e dell’Agenzia federale di assicurazione dei depositi (Fdic).

La legge, inoltre, regola la posizione dei possessori in caso di fallimento della società emittente: avranno un privilegio generale rispetto agli altri creditori, pur non essendo loro garantita la copertura integrale delle perdite.

Nel pacchetto approvato, infine, c’è anche una norma particolare che, di fatto, privatizza in pieno il mercato. Si tratta del cosiddetto Anti-Cbdc surveillance State act, che vieta alla Federal Reserve di emettere una valuta digitale della banca centrale. La legge, che deve però essere ancora approvata al Senato, spingerebbe gli Stati Uniti in una in una direzione diametralmente opposta a quella scelta dalla Banca centrale europea che, invece, punta all’emissione di un euro digitale.

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Più stabili ma non altrettanto trasparenti

I dubbi, in ogni caso, restano. Soprattutto a fronte delle diffuse zone d’ombra. Le stablecoin, per dire, promettono di offrire quella stabilità che è sempre mancata alle cripto tradizionali. Ma finora, specie nel caso di Tether, non hanno offerto reale trasparenza, né sulla struttura societaria, né sui reali azionisti, con polemiche e interventi della magistratura Usa sulla reale entità delle riserve detenute a garanzia del denaro versato dagli utenti per convertirlo in token.

A pesare, inoltre, sono i forti allarmi sui loro rischi per la stabilità finanziaria internazionale. Tanto che molti osservatori si chiedono se sia opportuno demandare a emittenti privati un ruolo nella politica monetaria.

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Genius Act nel mirino

Nel mirino dei critici, poi, ci è finito anche lo stesso Genius Act. C’è chi, come il premio Nobel per l’economia Paul Krugman, ad esempio, ha sottolineato i rischi per la stabilità finanziaria e l’aumento del riciclaggio. Contemporaneamente, Adam Levitin, professore di diritto alla Georgetown University, ha attaccato la legge sostenendo che introduce modifiche pericolose alla normativa fallimentare Usa.

“Il Genius Act promette sicurezza agli investitori in stablecoin senza costi, ma sarà il governo a doverla garantire di tasca propria. In altre parole, predispone un salvagente federale”, ha spiegato Levitin.

Che ha aggiunto: “In caso di default, chi detiene le stablecoin diventa un creditore non garantito di un custode che potrebbe non fornire più un accesso immediato ai fondi”. E l’effetto domino, a quel punto, potrebbe essere devastante. In sostanza un casinò: chi guadagna sono gli investitori speculativi di Wall Street (grazie alla garanzia federale), chi perde in caso di crollo rischiano di essere i contribuenti.

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Le stablecoin sono davvero stabili?

Non mancano poi le ricerche economiche che sottolineano i rischi per la stabilità finanziaria. In teoria una stablecoin dovrebbe essere riscattabile in qualsiasi momento per un valore equivalente in dollari, ma gli asset a garanzia sono spesso una combinazione di titoli del Tesoro, valute fiat, criptovalute e persino oro. Il caso più emblematico è quello di Tether, principale stablecoin per capitalizzazione, le cui riserve sono in gran parte formate da asset illiquidi e non sempre equivalenti a contante immediatamente disponibile.

Si crea così il rischio di un mismatch tra liquidabilità e ancoraggio al dollaro che si aggiunge al rischio di custodia, come dimostrano il crack dell’exchange Ftx e lo scandalo di Coinbase, e dall’altro quello dell’insolvenza dell’emittente.

Una recente ricerca pubblicata a maggio sul National Bureau of economic research Usa che ha coinvolto ricercatori della Columbia University e delle università della Pennsylvania e di Chicago, in particolare, ha esaminato il problema del cosiddetto “run risk” – il rischio cioè di una corsa degli utenti alla conversione degli stablecoin (l’equivalente, per capirci, della corsa agli sportelli bancari negli eventi di default – e il suo impatto sul meccanismo di riserva che è alla base della stabilità di queste valute.

L’analisi ha evidenziato in sintesi l’esistenza di un difficile equilibrio tra stabilità dei prezzi e rischio di corsa. Quando la possibilità di liquidazione offerta agli investitori è facile e immediata la volatilità della stablecoin diminuisce (ovvero aumenta la sua stabilità). Ma un’agevole liquidabilità, al tempo stesso, favorisce un aumento della pressione sul mercato secondario e, con essa, la possibilità di corsa agli sportelli e di conseguenti crisi improvvise.

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