Dopo aver distrutto oltre 150 mila posti di lavoro e bruciato almeno 150 mld € di risorse pubbliche Tim, erede super depotenziata della vecchia Telecom, torna sotto il controllo pubblico.
Poste Italiane ha infatti raggiunto un accordo con Vivendi. I francesi cederanno un altro 15% per 684 mld di euro portando Poste al ruolo di primo azionista con oltre il 25%. L’odissea della più devastante delle grandi privatizzazioni italiane si chiude, quindi, con un bilancio disastroso per il sistema industriale e finanziario del paese.
Un percorso inglorioso
Dei capitani coraggiosi, come li definì l’allora presidente del Consiglio Massimo D’Alema, non c’è traccia da tempo: Gnutti, Colannino e soci che orchestrarono l’acquisizione di Telecom per 50 miliardi di euro, quasi tutta a debito, lasciarono presto il campo alle banche e, poi, a Marco Tronchetti Provera. Quest’ultimo provvide a spolpare definitivamente quella che era la quinta compagnia telefonica al mondo. Un’azienda leader assoluto nella tecnologia mobile, nella fibra ottica e negli apparati di telecomunicazione grazie ad Italtel, dotata di uno dei centri di ricerca più avanzati al mondo in grado di progettare il format mp3 e di portare i video mpeg sui telefonini.
Nessun Paese europeo ha svenduto ai privati (e che privati!) un asset strategico come quello delle telecomunicazioni senza fissare qualche paletto che imponesse, per esempio, obblighi di investimenti e spesa in ricerca e sviluppo.
Tutto iniziò nel 1997
Ma partiamo dall’inizio. Una cordata guidata dalla famiglia Agnelli nel 1997 rileva un primo nocciolo di minoranza qualificata. Ma l’Avvocato, come sappiamo, amava comandare senza spendere. D’altro canto era ligio adepto della congrega ispirata da Enrico Cuccia secondo cui “le azioni non si contano ma si pesano”. All’epoca dell’allora governo Prodi 1 viene messo sul mercato il 35% di Telecom e la Fiat acquista il 6,6% assumendo il ruolo di guida del nocciolo duro.

Ma l’operazione non è industriale. Ci pensa allora il governo D’Alema a dare il via al disastro. E’ del 1999 l’opa (offerta pubblica di acquisto) da 50mld€ dalla cordata guidata da Roberto Colaninno e Emilio Gnutti. Per poter effettuare l’operazione Olivetti, scippata da Colaninno all’Ingegner De Benedetti, vende la partecipazione in Omnitel (che diventerà il nocciolo duro di Vodafone) alla Mannesmann. Incassa così 10mld€ per poter lanciare l’opa su Telecom.

La tempesta perfetta
Si realizza, così la tempesta perfetta per l’industria delle telecomunicazioni italiane. Una leadership internazionale rappresentata da Telecom (sesto gruppo al mondo con 120 mila dipendenti, 30 partecipazioni internazionali e il primo posto in alcuni mercati emergenti come il Brasile, 10 mld di patrimonio immobiliare) e una potenziale nella telefonia mobile, come Omnitel-Vodafone, scompare nell’arco di pochissimi anni. La distruzione trascina con sé anche Italtel.
L’azienda controllata dal pubblico nel 1996 è ai vertici mondiali dell’industria delle telecomunicazioni. Gli apparati Italtel vengono esportati in Russia, Cina, Vietnam, Filippine, Malesia, Argentina, Colombia, Perù, Grecia, Mozambico, Iran. Il 39% del fatturato viene realizzato all’estero. La Italtel ha accesso ai mercati di oltre 100 paesi. In Russia è il primo fornitore di apparati di commutazione. In Cina è artefice della realizzazione della prima rete di telefonia mobile Gsm sull’isola di Hainan.
Dopo Colaninno inizia l’era Pirelli
Il debito creato dalle cordate viene scaricato in Telecom. Inizia così l’era che costa alla società oltre 75mld € di interessi a partire dal 2000 al 2017. Ciò impedisce, di fatto, gli investimenti indispensabili per manutenere e innovare la rete che in modo irresponsabile è rimasta in pancia alla Telecom privatizzata. Non solo. Marco Tronchetti Provera svende sia asset tecnologici (come la fibra) sia il patrimonio immobiliare e le partecipazioni estere.

L’analisi puntale, e pungente, l’ha fatta l’Associazione dei piccoli azionisti Asati.
“Dal 2000 al 2006 è stato effettuata la più grande dismissione di uno dei più ingenti patrimoni immobiliari del Paese: quello che una volta era della Sip, superiore a oltre 8 milioni di mq. Tra questi, molti furono conferiti a Telecom Italia nel riassetto degli anni ’90 ed erano immobili di pregio dell’ex Asst (Azienda di Stato dei Servizi Telefonici) con sedi nei centri storici delle principali città, a prezzo di opifici e dal momento che sono stati rivenduti da Telecom a privati dopo 5 anni non hanno pagato nemmeno le plusvalenze arrecando così un notevole dallo all’Erario.
Le dismissioni successive, operazioni avvenute con potenziali conflitti di interesse tra gli azionisti di controllo – prosegue la nota dei piccoli azionisti di Telecom – avvenute spesso a prezzi notevolmente inferiori al mercato e riaffittate alla stessa TI a canoni nettamente superiori al mercato (8-9% del valore) e addirittura in molti casi con assegnazione della manutenzione straordinaria all’ex proprietario, cioè la TI, stanno oggi arrecando notevoli danni al bilancio della Società. Di quelle dismissioni tutti gli azionisti di minoranza stanno pagando forti perdite. Basti pensare che la rata annua delle locazioni, come dichiarato dall’allora ex presidente Galateri nell’Assemblea del 14 aprile 2008 su domanda di Asati, era di 400 milioni di euro all’anno a fronte di una dismissione di circa 4,4 miliardi di euro”.



