Il 23 dicembre 2025 la Giunta comunale di Varese ha approvato la delibera n. 228, dando via libera alla possibile sottoscrizione di un protocollo d’intesa con Fondazione Leonardo per costruire un percorso culturale sulla storia aeronautica dell’area ex Aermacchi. È uno dei luoghi simbolo dell’industria varesina: qui si producevano addestratori e aerei militari; qui oggi è previsto un grande intervento privato di rigenerazione urbana, con supermercato, piscina olimpionica, piazza pubblica e nuovi spazi collettivi.
Il protocollo punta a valorizzare la memoria industriale del sito. Sono previsti richiami al mondo del volo, elementi aeronautici nello spazio pubblico, percorsi divulgativi per le scuole e la possibile ricollocazione di un MB326. Una narrazione apparentemente innocua: tecnica, ingegno, lavoro, modernità. Ma la storia dell’ex Aermacchi, ora parte del colosso Leonardo, non è soltanto storia di progettazione aeronautica. È anche storia di industria bellica e delle sue zone d’ombra internazionali.
1988, Famiglia Cristiana denuncia la violazione dell’embargo al Sud Africa
Nel marzo 1988 Elio Pagani, dipendente Aermacchi da quattordici anni, consegnò a Famiglia Cristiana una denuncia documentata sui rapporti tra l’azienda varesina e il Sudafrica dell’apartheid. L’Italia aveva aderito nel 1977 all’embargo ONU contro Pretoria, che vietava forniture militari, ricambi, parti staccate e licenze di fabbricazione. Secondo i documenti pubblicati allora dal settimanale, una pubblicazione riservata della stessa Aermacchi indicava la consegna di 70 MB-326K all’aeronautica sudafricana nel gennaio 1980, su un ordine complessivo di 140 velivoli. Altri buoni d’ordine per pezzi di ricambio richiesti da Atlas Aircraft Corporation, la società sudafricana che produceva su licenza i velivoli Aermacchi, avrebbero dimostrato la prosecuzione dei rapporti almeno fino all’aprile 1985.
Pagani non parlò genericamente. Indicò numeri di matricola, flussi di informazioni tecniche, parti di ricambio, codici interni mai annullati per gli Impala I e II e un codice di assistenza al cliente Atlas. Raccontò anche dell’esistenza di uffici Atlas a poche centinaia di metri dagli stabilimenti Aermacchi e di un numero diretto tra le due realtà. Soprattutto spiegò perché un aereo non può essere separato dalla sua manutenzione: manuali, studi strutturali, ricambi, attrezzature di terra e aggiornamenti tecnici non sono dettagli neutri, ma parti del sistema d’arma.
Alla domanda se quegli aerei fossero soltanto addestratori, Pagani rispose che l’obiezione era priva di senso: una versione era destinata all’attacco al suolo e all’antiguerriglia, e anche quella da addestramento poteva essere armata. Gli Impala, disse, costituivano con i Mirage francesi il nerbo dell’aviazione sudafricana. Avevano operato in contesti di repressione e guerra regionale. Per Pagani, cattolico, delegato sindacale e obiettore fiscale, quei traffici erano un “peccato collettivo” e un commercio di morte da fermare.
È questa la pagina che rischia di scomparire se l’ex Aermacchi viene raccontata soltanto come epopea del volo. Gli attivisti pacifisti varesini hanno contestato il protocollo e attivato tramite Instagram una raccolta firme, che vede Caritas varesina tra i primi firmatari, perchè l’Amministrazione revochi l’accordo con Fondazione Leonardo. Non per cancellare la memoria industriale, ma per impedire che diventi celebrazione e perchè un luogo pubblico, destinato anche a bambini e scuole, non trasformi la memoria di una fabbrica d’armi in scenografia educativa senza affrontare il nodo politico, morale e storico della produzione militare.
La storia può essere scritta da chi detiene il potere economico e militare?
Il problema non è ricordare Aermacchi. Il problema è chi scrive quella memoria e da quale posizione. Può la storia di un sito così controverso essere affidata alla fondazione di un gruppo industriale internazionale che opera nell’aerospazio, nella difesa e nella sicurezza? Anche se si trattasse solo di un percorso di memoria industriale, non dovrebbe essere curato da storici indipendenti, archivisti, studiosi del lavoro, esperti di disarmo, scuole, associazioni e rappresentanti della città?
Una memoria pubblica non è un allestimento aziendale. È un campo di responsabilità. Se l’ex Aermacchi diventerà un racconto senza conflitto, Varese non avrà fatto pace con la propria storia: l’avrà soltanto lucidata. E in un tempo segnato da guerre, riarmo e stragi di civili, affidare ai bambini una memoria del volo priva della sua ombra bellica rischia di tradire lo spirito dell’articolo 11 della Costituzione. Non il ripudio della guerra, ma la sua rimozione estetica.



